giovedì 7 giugno 2012

PIANO PIANO ALLO SCOPERTO

(Giornata internazionale contro l'omofobia 17 maggio 2012)



L'omofobia è un problema per chi la prova. Tutti compresi.
Eterosessuali non informati e omosessuali ancora troppo rabbiosi.
L'omofobia è uno smarrimento che porta a una insulsa disperazione, alla creazione di branchi atti a difendere loro stessi, in nome della collettività, da una diversità inconcepibile che per loro continua a resistere nel tempo.
L'omofobia è noiosa, come alcune reazioni umane del tutto inutili. Quando poi si passa alla violenza verbale o alla tolleranza si sconfina nel disagio mentale. E conviverci è dura.

Non basta la storia a tranquillizzare quelli che per esistere e avere il sollievo di confermarsi “normali”, devono specchiarsi sulle azioni altrui. Ed evidentemente non bastano nemmeno le azioni coordinate per la conquista di quelli che vengono definiti diritti, ma che di fatto sono intime condizioni di esistenza.
L'omofobia disturba l'intimità.
Verrebbe da pensare che è meglio non parlarne, non dare nemmeno la soddisfazione di informazioni che vengano recepite come giustificazioni.
Eppure più del pudore e dell'intimità conta la dignità e la memoria di chi ha sempre preso posizione e ha fatto azioni concrete.
“Siamo nel 2012! Ma lei crede davvero che ancora ci sia tutto questo astio nei confronti della diversità?” mi è stato chiesto da una signora gentile a una presentazione. Nei suoi occhi un misto di compassione materna e l'effetto degli ansiolitici.
“Sono felice al pensiero che prossimamente negli Stati Uniti verrano istituite scuole speciali per omosessuali” replica l'attivista, circondato dalla cerchia di quelli che hanno ancora troppa paura di essere picchiati.

Oltre al coraggio serve la lucidità. Perché se non bastano le legittime proteste verso la negazione della libertà, se non basta il dolore chi quelli che sono costretti a guardarsi intorno con il timore di essere dileggiati oppure semplicemente schedati di fronte alla società, allora vuol dire che la paura è ancora troppo dilagante.
Il problema è la paura, “assenza d'amore”, diceva Einstein.
E la paura parte dall'apnea, da uno sforzo interno che nella sua congestione rischia di strappare ogni volta pezzetti di carne. La paura fa male e ha un effetto contagioso.
La leggerezza può essere un decongestionante per la paura e un componente utile per la lucidità.

Leggero, lucido e coraggioso è Claudio Finelli. Presentatomi da Franco Buffoni nel dicembre del 2011 mi propose un paio di presentazioni a Salerno e a Napoli. Oltre a tutte le persone che ho ringraziato nel libro, mi sento di citare proprio Claudio. Accanto a lui il carissimo Luciano, amico e collega negli allestimenti teatrali ai quali da anni insieme si dedicano.
Niente formalismi, subito al sodo. Intesa immediata. Parlare, confrontarsi, quello che si fa al sud rispetto al nord. Claudio risponde a raffica, sa quello che dice. Iniziative, campagne di sensibilizzazione all'interno delle scuole, “non è possibile che ancora si debba spiegare che l'effeminatezza non c'entra con l'orientamento.”
Bere, parlare, ridere. Tante persone accorse alle presentazioni. Domande, attenzione, i diritti civili, ma anche l'amore per la narrazione e la poesia. Nella seconda serata pure una sceneggiata nel bel mezzo dell'Hotel Chiaja. Vedi Napoli e rinasci, altro che discorsi...
La spontaneità come salvezza.
Grazie Claudio!

lunedì 23 gennaio 2012

SPAZIOSEME

QUELLO CHE DICE IL CORPO

I ragazzi si muovono nello spazio.
Hanno dai venti ai cinquant'anni.
Un coro.
Procedono in avanti per otto passi, girano e tornano indietro.
Stesso accento, stesso ritmo.
Sono compatti, sono insieme, tutti nella stessa linea.
Cercano nella ripetizione della camminata un corpo altro, una centratura che dia forza e stabilità e tenda alla bellezza. Una bellezza intesa come presenza, come potenza.
Con lo sguardo aperto avanzano fissando un punto di fronte a sé, ci si aggrappano per un equilibrio che dai passi salga agli occhi, li illumini.
Camminano avanti e indietro da quasi cinque minuti, ma tra gli altri che seduti osservano, pronti a ripetere l'esercizio nella sessione successiva, nessuno è stanco di guardarli.
E' la percezione del tempo che definisce spettacolo la visione di un'azione.
La camminata produce un'ipnosi piacevole per lo spettatore, lo culla attraverso il rumore unico prodotto da una decina di piedi di un coro che procede, una falange non armata presa a perpetuare la sua marcia come unica azione da approfondire, come percorso che propizi attraverso la concentrazione una narrazione generata direttamente dal corpo, senza concetto o movente di rappresentazione.
Se attore significa “metter in moto”, “far andare azioni”, “operare”, “porre in azione”, soltanto il camminare, come azione consapevole, può sottintendere innumerevoli luoghi, tempi e narrazioni.
All'improvviso uno dei ragazzi rallenta, si ferma, si blocca e ascolta un nuovo movimento che si fa largo nel proprio incedere, lo accoglie, lo fa nascere rompendo lo schema del coro. Il corpo prende a raccontare trasformando lo spazio in una condizione favorevole all'espressione e si fa amplificatore di potenza e bellezza.
Tutti gli altri continuano a camminare perché solo la resistenza nel procedere è la base per ogni variazione. Soltanto se il resto del coro tiene in vita l'avanzata con precisione la variazione risulta visibile ed esalta il contorno.
Ogni componente troverà spazio e motivazione per far nascere la propria variazione. In piedi, a terra, rallentando il ritmo o sviluppando movimenti nati dal camminare e divenuti racconto in tempo reale.
Come tutte le storie da raccontare, c'è un inizio, uno svolgimento e una fine.
Dopo l'esplosione di variazioni, lo stop.
I ragazzi capiscono da dentro quando è tempo di terminare. Non hanno bisogno di guardarsi, né di mettersi d'accordo con le parole. Sono i loro corpi che sanno quando l'azione ha fine, quando la storia è stata raccontata e indipendentemente dal finale, ha raggiunto il suo compimento.
Alla fine i corpi sono immobili, come all'inizio.
Nella sala suona un silenzio che sospende l'aria, da la vertigine dell'altalena di tutti quei passi che hanno raccontato un tempo, marcato azioni e liberato umori, significati, sogni.
I ragazzi che hanno osservato assaporano il silenzio come carburante, accendono i loro sensi per vivere di lì a poco quello che hanno visto.
Sanno che solo insieme, ascoltandosi, potranno essere potenti, immensi.
Sanno quello che dice il corpo.
Si accingono a ricercarlo ogni volta, con lo stupore della prima volta.

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